Cosa è "bio". Per l'Italia grandi benefici nella transizione al biologico, di M.G. Mammuccini

12/06/2020
Rassegna stampa

Scrive la Presidente di Federbio su Huffington Post che da Expo Milano 2015, il cui tema era “Nutrire il Pianeta, energia per la vita”, il dibattito sulle strategie da adottare per conciliare sostenibilità ambientale, sicurezza alimentare e capacità di nutrire adeguatamente una popolazione umana in forte crescita, è diventato centrale. In quell’occasione il movimento del biologico, coordinato da FederBio attraverso l’Organic Action Network, ha raccolto la sfida e ha consegnato al Governo italiano allora in carica la Carta del Bio di EXPO Milano 2015.

Era già a quel tempo evidente come anche la sfida del cambiamento climatico rendesse obsoleto il modello dell’agricoltura industriale, dichiarato poi superato anche dalla FAO. Basato sulla chimica di sintesi e sulla forzatura dei cicli naturali per puntare a massimizzare le rese produttive delle colture vegetali e degli allevamenti industriali, a costo della biodiversità e del benessere animale, l’approccio industriale ha la necessità di concentrare la produzione e l’allevamento in aziende sempre più estese, soprattutto a danno dei grandi ambienti naturali come le foreste in Sud America o in Asia. L’aumento della distanza fra luoghi di produzione e allevamento da quelli in cui avviene il consumo mira alla riduzione dei costi di produzione del cibo, nei quali però non vengono conteggiati i costi indiretti di natura ambientale, sanitaria e sociale (il lavoro nero e forme anche peggiori di nuova schiavitù).

I sistemi agricoli e gli animali sono sistemi viventi, complessi e fortemente integrati con l’ambiente di coltivazione e di allevamento. L’illusione di poter forzare questi cicli semplificando su vasta scala tali relazioni e ignorandone le conseguenze, come se l’agricoltura fosse una fabbrica a cielo aperto, è finalmente svanita quando è apparso evidente che i costi necessari per continuare a forzare le rese produttive sono diventati insostenibili sia per la società, per esempio per il mancato rispetto del benessere degli animali allevati o l’inquinamento delle acque da pesticidi e concimi chimici, sia per gli agricoltori.

Mentre i prezzi dei prodotti agricoli a livello mondiale sono rimasti invariati o sono calati negli ultimi decenni, quelli dell’energia, della chimica, delle sementi e delle tecnologie sono costantemente aumentati.

Anche in Italia basta guardare i dati dei diversi censimenti per verificare l’ecatombe di aziende agricole e allevamenti nei decenni più recenti.

In particolare, il cambiamento climatico ci ha violentemente fatto prendere coscienza della necessità di non puntare a massimizzare le rese produttive per unità di superficie, ma a far sì che queste rese siano le più stabili possibile nel tempo, rendendo colture e allevamenti “resilienti” al contempo a siccità ed eccesso di precipitazioni, ad andamenti termici del tutto inediti e anch’essi devastanti oltre che a nuovi parassiti che in queste condizioni variate ed estreme predominano.

L’intervento completo si può scaricare QUI

Fonte: HuffingtonPost