Il grande business del biologico – Quando basta la parola per fatturare miliardi, di Simone Arminio

11/05/2016
Rassegna stampa

Un esercito di agricoltori convertiti all’organico: nel ’95 erano meno di 10mila, oggi superano quota 55mila. Sono più dei francesi, fermi a 40mila, e dei 35mila spagnoli. Si coltivano prodotti verdi in Sicilia, Calabria e Puglia, si trasformano in Emilia –Romagna e Toscana. Tanti marchi conquistano i mercati.  Il biologico ha generato nel 2014 un fatturato di 2,1 miliardi di euro quando, fino al 2004, il mercato del bio era in calo. E’ a partire del 2005 la ripresa, che non ha mai smesso di arrestarsi. Il diagramma degli ultimi 10 anni è un bolero in crescendo: +9,2% nel 2006, +11,7% nel 2011, +6,9% nel 2013, annus horribilis della crisi in cui gli italiani hanno stretto la cinghia ma, quel poco che hanno mangiato, lo hanno mangiato bio. Fino al +19,4% del 2015. Una rivoluzione prima di tutto culturale. Secondo Ismea, infatti, nel secondo trimestre del 2015 la fiducia dei consumatori nei confronti dell’agricoltura normale era crollata del 4,9%, mentre quella nei confronti del bio viaggiava beata su un +9,3%.

Guardando i singoli prodotti, i campioni sono i derivati dei cereali, passati da un +11% del 2014 a un +19,4% del 2015, la frutta (da +1,4% a +13,5%) , gli ortaggi (da 14,3 a 21%), ma anche gli oli (+10,3% nel 2014 e +41,1%  nel 2015) e vini e spumanti (da un misero +5,9% a uno stratosferico +91,1%). Un eldorado che  accontenta la grande distribuzione (855mila euro di fatturato nel 2014, pari al 39,9% del totale), ma anche i piccoli negozietti specializzati (446mila euro  e 20,8% del mercato).

Il Giorno/Il Resto del Carlino/La Nazione, 11 maggio 2016

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