Tutti lo vogliono naturale, è bio il vino del futuro, di Luca Martinelli (EN)

12/04/2018
Rassegna stampa

Frank Cornelissen è un vignaiolo belga, e coltiva le sue vigne a Solicchiata (Enna), alle pendici dell’Etna. Imbottiglia tanti cru quante sono le sue vigne, che salgono dai 600 ai 980 metri. Anche se tutti i vini rossi sono a base di nerello mascalese, assemblati in alcuni casi con altri vitigni autoctoni, ognuno racconta il territorio, e la mineralità del vulcano, in modo diverso. Suolo e viti non ricevono alcun trattamento, e in bottiglia finisce –dopo fermentazione e maturazione- il frutto dell’annata, senza alcuna aggiunta. Quello di Cornalissen è, probabilmente, il vino del futuro: nel bicchiere ci sono il grappolo e la mano, artigiana, del vignaiolo.

Storie come questa raccontano gli ultimi 15 anni che hanno rivoluzionato il mercato del vino, produzione, distribuzione e consumo. Periodo che ha visto la nascita di fiere importanti come Raw Wine che porta a Londra, a Berlino o a New York il meglio del vino naturale, che può essere certificato biologico, biodinamico o anche non certificato.

Le statistiche rendono in parte la dimensione di questa rivoluzione: nel 2009, secondo il Sinab, c’erano nel nostro Paese 42.735 ha di vigneti biologici o in conversione; nel 2016, invece “siamo arrivati a 103mila ha, di cui 66mila in biologico e 37mila in conversione, e cioè al 17% della superficie vitata in Italia” spiega Maria Grazia Mammuccini, vicepresidente di FederBio e produttrice di vini bio in Chianti. Un elemento che porta Mammuccini a credere che questa non sia “l’esplosione temporanea di un fenomeno, ma una tendenza”.

Oggi il consumatore sceglie un vino biologico perché più sostenibile, salubre ed autentico, spiega WineMonitor-Nomisma, che nel 2017 ha diffuso un dato impressionante: l’export di vino bio cresce dieci volte di più rispetto a quello non certificato. Sandro Boscaini, presidente di Federvini, riconosce “un trend davvero importante: il vino biologico risponde alle richieste del consumatore e a una sensibilità ambientale del produttore, che oggi sa di poter contare così su un 'vantaggio competitivo'  in mercati importanti, che sono tutti quelli del Nord Europa, compresa la Scandinavia". A scegliere la certificazione non sono solo piccole aziende, ma anche realtà come Guido Berlucchi, che lavora 500 ettari in Franciacorta, o Ferrari, 120 ha di proprietà e oltre seicento vigneti lavorati da conferitori nel cuore del Trentino.

 

Da: “La Repubblica Food”, 12 aprile 2018

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