“Biocarburanti, verso una nuova frontiera”, di Diego Luigi Marin.

<div style="text-align: justify;">La
ricerca sui biocarburanti si dirige oggi verso costi di produzione più
bassi, colture su larga scala, sostenibilità ambientale e assenza di
competizione con l’alimentare. Si sta indagando l’impiego di alghe
unicellulari coltivate in apposite vasche e nutrite con “iniezioni” di
CO2: fissano l’anidride carbonica senza rubare terreno agricolo né
sottrarre cibo. Potrebbero assicurare un elevato rendimento energetico
(15mila litri per ettaro) ed essere poste utilmente vicino a centrali
elettriche per assorbirne la CO2. Un’altra materia prima alternativa è
costituita dai semi di una pianta velenosa: la Jatropha Curcas, le cui
coltivazioni si vanno estendendo in Estremo Oriente ed in America
Latina. La resa per ettaro è 4 volte superiore a quello della soia, e
l’olio ricavato dalla spremitura e semplicemente filtrato può essere
usato come biocarburante nei motori diesel. La pianta ha bisogno di
poca acqua per crescere, e da 1 ettaro di coltura è possibile ricavare
fino a 2mila litri di biocombustibile, e un Paese come l’India l’ha già
inserita nel proprio piano energetico. Proprio la necessità di molta
acqua e la deforestazione rendono impraticabile la strada del
bioetanolo. In Italia, se anche tutto il terreno coltivabile (il 40%
del totale) fosse destinato a produrre biocarburante, si potrebbe
sostituire non più del 15% dei consumi di derivati del petrolio. Gli
attuali biocombustibili restano non competitivi rispetto ai prodotti di
origine petrolifera: produrre un litro di bioetanolo con identico
potere calorifico costa il 40% in più della benzina negli Usa, il
doppio in Europa. E la relativa competitività del biodiesel potrebbe
ulteriormente diminuire con l’aumento dei prezzi delle materie prime
destinate al mercato alimentare.<br></div><i>Fonte di informazione:</i> “Il Giornale”, 20 ottobre 2007, pg. 28.