“Cina. Le bio-farm dei capi di partito nella terra del cibo spazzatura”, di Giampaolo Visetti.

Si è scoperta casualmente nel distretto di Shunyi la fattoria segreta del potere cinese, definita “circolo popolare di campagna”: trecento ettari di terra decontaminata, su cui crescono le verdure e i frutti destinati a leader del governo e alti funzionari del partito comunista. Tutto biologico. Da tutta la Cina sono piovute le segnalazioni di altre centinaia di “aziende agricole del popolo” riservate alla nomenclatura. I contadini di Shunyi hanno rivelato che tre volte alla settimana inviano alla dogana di Pechino una tonnellata di alimenti biologici per le tavole di ministri, giudici e funzionari. In siti riservati sono attivi anche allevamenti di maiali, mucche, polli e pecore dove gli animali pascolano liberi e si cibano in modo naturale: carne, uova e latte di prima qualità, come in epoca imperiale. A scatenare lo sconcerto dei cinesi è il fatto che in una nazione i cui leader politici e nuovi milionari si riforniscono in fattorie biologiche segrete ed esclusive, 1,3 miliardi di persone sono costrette a mangiare cibo-spazzatura, spesso avvelenato da additivi fuori legge e irrigato con scoli industriali. La stessa Procura suprema del popolo ha lanciato l’allarme per la connessione tra sicurezza alimentare e corruzione pubblica. Da gennaio gli scandali per alimenti tossici sono stati 37, con 62 alti funzionari coinvolti e migliaia di persone avvelenate. Al latte alla melanina sono seguiti polli e bovini gonfiati chimicamente, suini fluorescenti e smagriti dal clenbuterolo, frutta e verdura che le analisi hanno definito ‘non commestibili per l’uomo’. Nei campi del Jiangsu, i cocomeri scoppiano come mine, incapaci di resistere agli acceleratori di crescita e maturazione. Nella fattoria protetta del governo, a Shunyi, 64 file di serre sono allineate in ordine, e davanti ad ognuna sorge una baracca per i braccianti. “Tutto deve essere sano e naturale” – ha detto un coltivatore di melanzane per il politburo. L’ultimo segreto delle ‘tavole rosse’.<br><br>“La Repubblica, 15 giugno 2011, p. 58.<br><br>