“Gli italiani non amano gli Ogm”, di Claudio Malagoli.

Nei Paesi che per primi hanno coltivato gli Ogm si sono manifestati
numerosi effetti negativi: – relativamente alle piante resistenti ai
diserbanti totali, è stato riscontrato che utilizzare sempre lo stesso
diserbante determina la selezione di piante infestanti geneticamente
resistenti al diserbante stesso, e che queste piante resistenti poi
occupano la nicchia ecologica liberata dalle piante sensibili; – le
piante transgeniche coltivate in un’annata agraria sono diventate
infestanti di altre piante transgeniche coltivate in annate successive.
E’ stato quindi necessario tornare ai vecchi diserbanti, abbinati ai
disseccanti totali. Anche le piante transgeniche resistenti agli
insetti presentano inconvenienti: – le ditte sementiere consigliavano
agli agricoltori di attuare le “aree rifugio” (ogni 100 ha di mais Bt
un’aliquota dal 20 al 50% di mais convenzionale) per evitare la
pressione selettiva degli individui resistenti. Molto spesso gli
agricoltori non hanno seguito le indicazioni, mentre coloro che l’hanno
fatto, hanno dovuto adottare due diverse tecniche di coltivazione per
lo stesso prodotto. La strategia delle “aree rifugio” non è quindi
perseguibile, e lo è ancora meno nel nostro Paese, dove le aziende
agricole hanno una dimensione media di 7 ettari. Inoltre, alcuni studi
avrebbero evidenziato che non è sempre vero che le piante transgeniche
producono di più. Per esempio, la soia transgenica produce dal 6
all’11% in meno di quella convenzionale, mentre il mais Bt avrebbe un
vantaggio solo del 2,6% su quello convenzionale. Anche la coesistenza
tra le diverse forme di agricoltura è di difficile attuazione. Diffusi
sono i casi di inquinamento genetico. Per cui è importante implementare
le ricerche volte ad evidenziare l’impatto che le colture Gm potrebbero
avere a livello ambientale. Ma soprattutto, il nostro Paese deve capire
che non potrà mai essere competitivo in questo settore, ma solo
attraverso il miglioramento della qualità dei suoi alimenti.<br><i>Fonte di informazione:</i> “AZBIO”, n. 2, marzo-aprile 2008, pg. 8-10.