Gli agricoltori italiani convertiti al biologico sono ormai 51mila,
siamo al quinto posto nel mondo e al terzo in Europa nella produzione
di alimenti biologici, con un giro d’affari di 2,6 miliardi di euro
(+22% in soli due anni), gli ettari coltivati a bio sono 1 milione e
147mila. E per questo siamo i primi in Europa. Eppure i consumi non
vanno così bene. Il consumo di bio, infatti, nel nostro paese è di
appena il 2%, mentre in alcuni stati europei, soprattutto Germania e
Paesi nordici arriva al 10% con punte – in Scandinavia – del 20%. Di
tutto il biologico prodotto, solo il 40% arriva sulle nostre tavole, il
resto va all’export. Una delle motivazioni potrebbe risiedere nel fatto
che il biologico costa troppo: il prezzo è più alto perché c’è una
filiera che costa e ci sono elevati costi di certificazione. Se si
riuscisse a diminuire i costi di certificazione, anche il prezzo del
prodotto che arriva al dettaglio sarebbe più accessibile. E’ importante
puntualizzare come in Italia vi sia una grande varietà di prodotti
tipici e regionali, e che spesso è passato il messaggio che tipico è
biologico. Il tipico ha le proprie regole, che deve seguire per ottener
il marchio; in alcuni casi queste regole sono vicine a quelle del bio,
in altri casi sono molto lontane. Il nostro export va bene perché
all’estero è estremamente popolare mangiare italiano autentico, che sia
anche biologico. Infatti, ci sono ad esempio dei pastifici italiani con
due produzioni, una biologica certificata per l’estero, e una non
biologica per il consumo interno. Ma se si vuole scegliere il
biologico, si può risparmiare magari comprando una bistecca bio due
volte alla settimana, che però contenga tutti i nutrienti e non abbia
sostanze chimiche aggiunte. E’ in uso invece, snobbare il biologico, e
poi comprare gli integratori vitaminici.<br><i>Fonte di informazione:</i> “Corriere della Sera”, 19 maggio 2008, pg. 13.