<div style="text-align: justify;">I consumatori si stanno chiedendo cosa stia succedendo sui
mercati delle materie prime alimentari. Non si tratta di una crisi
passeggera. Quest’estate, infatti, ha segnato una battuta d’arresto per
l’illusione delle materie prime alimentari abbondanti e a buon mercato.
Siamo stati abituati a raccolti fin troppo ricchi, tali da costringere,
se mai, a lasciare le terre incolte per non inondare i mercati e
deprimere i redditi degli agricoltori. Non è più così. E non si tratta
solo di un inverno troppo mite o di una primavera troppo secca che
fanno crollare le produzioni, come è accaduto al grano negli USA, in
Canada e in Australia. Le ragioni sono strutturali, e risiedono nelle
nuove tendenze di consumo delle economie emergenti (quest’anno l’India
è tornata a importare frumento dopo anni di autosufficienza); o della
sempre più diffusa produzione di bio-combustibili, incentivata dal
rialzo dei prezzi petroliferi, che divora cereali sottratti
all’alimentazione umana e animale. Il rapporto Ocse-Fao sulle
prospettive dell’agricoltura da qui al 2016, pubblicato un mese fa,
avverte che “alcuni cambiamenti strutturali come l’accresciuta domanda
di bio-combustibili e la riduzione delle eccedenze derivata dalle
riforme agricole, potrebbero mantenere i prezzi al di sopra dei livelli
di equilibrio nei prossimi dieci anni”. La questione della riforma
della politica agricola europea va affrontata alla luce di una
situazione profondamente diversa, che vede ora l’offerta in calo. Un
calo che rischia di mettere a repentaglio anche molti aiuti alimentari
ai Paesi poveri, che rischiano di subire l’influenza di paesi più
potenti in cambio di qualche sacco di farina. Nuove politiche
energetiche, efficienza della filiera, mercato sono tre risposte
possibili a un’emergenza.<br></div><i>Fonte di informazione:</i> “Il Sole 24 Ore”, 6 settembre 2007, pg. 1