Biologico in Toscana: molti fondi agli ettari, pochi per far crescere i distretti, di Marcello Bartoli

La Toscana investe molto nell’agricoltura biologica ma molto meno nella costruzione di un vero sistema territoriale del bio. È questa la contraddizione che emerge osservando insieme i finanziamenti della programmazione agricola regionale e le funzioni affidate ai distretti biologici.

Nel Complemento per lo sviluppo rurale 2023-2027, che dispone complessivamente di quasi 749 milioni di euro, circa 231 milioni sono destinati alla misura SRA29, quella che sostiene l’adozione e il mantenimento dei metodi di produzione biologica.

Si tratta di una delle principali voci della programmazione agricola toscana e garantisce premi annuali alle aziende in base agli ettari coltivati con metodo biologico. Un sostegno fondamentale, soprattutto in una fase in cui molte imprese devono affrontare maggiori costi produttivi, difficoltà di mercato e concorrenza sul prezzo.

Il problema nasce quando dal sostegno alla singola azienda si passa allo sviluppo dei distretti biologici. La legge regionale toscana del 2019 attribuisce infatti ai distretti compiti molto più ampi: integrazione tra agricoltura, ambiente, turismo e sviluppo locale, crescita delle superfici biologiche, organizzazione delle filiere, valorizzazione delle produzioni, cooperazione tra imprese ed enti pubblici.

Ai distretti viene richiesto persino un Progetto economico territoriale integrato, cioè una vera strategia di sviluppo locale. Ma proprio qui emerge lo squilibrio. I grandi finanziamenti destinati al biologico arrivano soprattutto alle singole aziende sotto forma di premi per ettaro. Molto più frammentari sono invece i fondi per finanziare ciò che dovrebbe tenere insieme il sistema: coordinamento, personale tecnico, progettazione, logistica, trasformazione, commercializzazione, servizi comuni e rapporto con mense e ristorazione collettiva.

Un esempio è la misura regionale SRG07, dedicata alla cooperazione per sistemi del cibo, filiere e mercati locali. È uno degli strumenti più coerenti con il modello dei distretti perché finanzia reti tra imprese, enti e altri soggetti del territorio. Nell’ultimo bando, però, la dotazione complessiva era di appena 1,5 milioni di euro, con un massimo di 150 mila euro per progetto.

Ben diversa è la scala della SRA29, che supera i 200 milioni. Non significa che le due misure debbano avere lo stesso peso: hanno obiettivi diversi. Ma il confronto evidenzia una scelta precisa. La Regione finanzia fortemente la permanenza degli agricoltori nel biologico, mentre molto meno strutturali risultano gli strumenti destinati a costruire filiere territoriali capaci di dare valore economico a quelle produzioni.

Lo stesso problema riguarda trasformazione e commercializzazione. Esistono misure come la SRD13, che può sostenere investimenti in impianti, conservazione, stoccaggio e commercializzazione con contributi importanti. Ma si tratta normalmente di bandi destinati a imprese o soggetti economici specifici, non di una dotazione automatica assegnata ai distretti.

Così i biodistretti rischiano di diventare strutture riconosciute dalla Regione, ma costrette a cercare continuamente risorse tra bandi diversi. La sfida dei prossimi anni sarà quindi passare dal sostegno agli ettari alla costruzione di vere economie biologiche territoriali.

Perché un distretto funziona davvero solo quando le aziende riescono a produrre, trasformare e vendere insieme, quando le mense pubbliche acquistano biologico locale e quando una parte crescente del valore economico resta sul territorio. La Toscana ha già investito molto nel campo biologico. Adesso resta da capire quanto vorrà investire in tutto ciò che viene dopo il campo.

Fonte: Toscana Chianti Ambiente