L’agricoltura biologica conviene?, di Davide Pierleoni

Questa è una di quelle domande che correntemente viene posta ai consulenti agricoli, alle Associazioni di categoria ed anche agli enti certificatori, dall’imprenditore agricolo che, incuriosito dalle chiacchere al bar o nelle anticamere degli uffici locali delle associazioni agricole o durante i convegni dedicati al biologico, vorrebbe avere certezze prima di intraprendere un percorso di conversione.

Per qualcuno lasciare l’agricoltura chimica” equivale ad un “salto nel buio” e, quindi, prima di compiere un passo deciso verso un metodo agricolo più sostenibile come lo è il bio, le titubanze e i dubbi debbono essere fugati dalla risposta e dalla autorevolezza dell’interlocutore a cui si pone la domanda.

Cosa dicono i dati

Il recente rapporto BIOREPORT 2024-2025 edito dal CREA (Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’analisi dell’Economia agraria) disponibile qui fotografa la situazione in Italia fino al 31 dicembre 2024 e ci fornisce dati sugli operatori, le superfici, la ripartizione colturale e i relativi andamenti degli ultimi 10 anni. L’elemento valorizzante del rapporto è l’analisi economica fatta dagli autori tramite i dati desunti dalla Rete Italiana di Contabilità Agraria (RICA) sulle performance delle aziende agricole biologiche messe a confronto con quelle convenzionali. Si tratta di un campione di aziende che sono state selezionate in modo statisticamente significativo e che quindi sono scientificamente rappresentative della realtà agricola biologica e convenzionale dell’Italia intera.

I risultati dicono che:

  1. le aziende biologiche registrano ricavi inferiori (-10%) rispetto alle aziende non biologiche, ma sostengono costi correnti molto più contenuti. Il reddito operativo (1) è simile tra i due gruppi mentre il reddito netto (2) è in media più elevato (+11%) nelle biologiche, che per tutto il periodo 2014-2023 mostrano anche una maggiore redditività del lavoro familiare. Alle aziende convenzionali compete, invece, una maggiore produttività della terra e del lavoro.
  2. L’analisi per comparti evidenzia che le aziende biologiche specializzate nelle produzioni vegetali ottengono i migliori risultati al Nord, dove la produttività e la redditività sono più elevate. Anche per la zootecnia biologica le regioni settentrionali si confermano più performanti, sebbene mostrino costi unitari più elevati.
  3. Nel 2023, il contributo PAC (1° e 2° pilastro) rappresenta il 37% del reddito delle aziende biologiche (era il 51% nel 2014) e il 25% di quello delle convenzionali (era il 37% nel 2014); questo dato non deve sorprendere, visto che l’agricoltura biologica fornisce una serie di beni pubblici (ad esempio, maggiore protezione e conservazione del suolo agrario, non inquinamento delle acque, aumento della biodiversità, miglioramento del paesaggio, ….) e per tale ragione è destinataria di un sostegno più consistente.

In conclusione

Non si possono fare generalizzazioni e non si possono considerare le suddette conclusioni come valide a prescindere dal contesto geografico e territoriale in cui opera l’imprenditore agricolo, dalla sua natura, dalla sua propensione al rischio economico di impresa, dall’ordinamento colturale adottato, dalle tecnologie impiegate. Tuttavia, alla domanda iniziale ed in base ai dati contenuti nel Rapporto e nella maggioranza delle situazioni analizzate, si può rispondere che …” Si. L’agricoltura biologica conviene!”

(1) Reddito Operativo (RO). Rappresenta l’aggregato del conto economico derivante dalla differenza tra il Prodotto Netto (dato dalla differenza tra il Valore Aggiunto e i Costi Pluriennali) e il costo del lavoro (Redditi Distribuiti).

(2) Reddito Netto (RN). Rappresenta la remunerazione dell’imprenditore agricolo nelle sue diverse forme giuridiche

Fonte: CCPB