La viticoltura biologica francese si interroga sulla tossicità del rame, un pesticida naturale, di Victoria Garmier

30/03/2020
Rassegna stampa

In un articolo sulla rivista online “Reporterre” da Noizay (Indre-et-Loire), l’inviata Victoria Garmier fa il punto della situazione in Francia per quanto riguarda l’uso del rame in viticoltura.

Nel 2015, Florent Cosme ha scelto il biologico "per filosofia e rispetto per il terroir". Abbandonando la viticoltura convenzionale, il giovane 33enne ha scosso la tradizione familiare vecchia di cinque generazioni. Il vignaiolo dal sorriso e dalla giacca ampia parla con passione della sua tenuta sugli altipiani della Valle della Loira, a Noizay (Indre-et-Loire). Appoggiandosi alle viti, spiega lo scorrere delle stagioni in questo luogo dove è cresciuto e dove "c'è da lavorare tutto l'anno". Il suo vino è già etichettato come da agricoltura biologica, ma mira a "passare a Demeter, al biodinamico, un marchio ancora più impegnativo".

In Francia, il 12% dei viticoltori si è convertito al biologico e deve fare un uso limitato di pesticidi. Ma dinanzi a loro si trova la peronospora, un grande avversario. Questo temibile fungo attacca la vite ed è particolarmente distruttivo per le colture. Per rimediare a ciò, i produttori usano il rame, un pesticida naturale utilizzato in diverse forme, la più nota delle quali è la poltiglia bordolese, a base di calce. La miscela viene diluita in grandi vasche d'acqua e distribuita sulle viti, utilizzando trattori specializzati, fra le tre e le quindici volte l'anno. Il rame ha diversi vantaggi: è un pesticida naturale, la peronospora non sviluppa resistenza ad esso ed è un oligoelemento essenziale per il suolo. Tuttavia, il rame presenta numerosi inconvenienti: a dosi elevate, diventa tossico per il terreno, e poiché è solubile, la minima goccia di pioggia lo rimuove dalla foglia della vite, obbligando i viticoltori a spruzzarlo più volte.

"Non sono pazzi: se il rame è tossico, cercheranno di cambiare"

All'interno della professione, le critiche contro le pratiche biologiche sono diverse: margini eccessivamente ampi, uso significativo di gasolio per i trattori ... Secondo M. Guertin, viticoltore di Vouvray, il rame è il limite principale del biologico: “È il grande tabù. Il biologico è forse migliore della coltivazione convenzionale, ma non è però una panacea”!

Sono in primo luogo l'EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) e l’ANSES (Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare, ambientale e della salute sul lavoro) ad aver sottolineato i pericoli di questo metallo in un rapporto pubblicato nel 2017. Lo studio evidenzia i suoi effetti tossici per piante, fauna acquatica, mammiferi, vita del suolo ... e persino per gli stessi viticoltori: la sovraesposizione cronica potrebbe portare ad accumuli nel fegato e reni, nonché ad irritazione agli occhi. Un rapporto INRAE, intitolato "Possiamo fare a meno del rame per proteggere le colture biologiche?" e pubblicato nel 2018, giunge a queste conclusioni: “Il rame è un elemento essenziale per la vita cellulare, ma è anche tossico oltre una certa dose ".

Florent Cosme ricorda il tempo in cui suo nonno "mescolava a mano la poltiglia bordolese": il rame fu uno dei primi pesticidi utilizzati, già negli anni '50. Per diversi anni ne sono stati utilizzati decine di chili (in media 40 per ettaro all'anno), creando un accumulo nei suoli. "La dose efficace di rame è di circa 30 mg al chilo, ma abbiamo aree viticole che si avvicinano a una media di 500 mg, quasi venti volte la dose efficace. Basti a dire che il danno è fatto ", deplora Lionel Ranjard, direttore della ricerca dell'INRAE in ecologia del suolo e agroecologia.

Secondo lui, attualmente non ci sono abbastanza elementi per misurare l'effetto del rame: "All'inizio di gennaio ho incontrato viticoltori che hanno chiesto nuovi studi per misurare l'effetto reale del rame. La professione ci interroga perché la biodiversità del suolo è il vero suo patrimonio. Non sono pazzi: se il rame è tossico, cercheranno di cambiare”. Contattato, l’Itab (Istituto tecnico per l'agricoltura biologica) afferma che un progetto di ricerca è iniziato lo scorso autunno, in collaborazione con la Fnab (Federazione nazionale dell'agricoltura biologica) per rispondere a una domanda: quali effetti il rame ha sull'ambiente?

Come qualsiasi prodotto fitosanitario, l'omologazione del rame è soggetta a periodica rivalutazione. Nel novembre 2018, quando l'Unione europea ha dovuto decidere dopo sette anni dall’omologazione, è stato applicato il principio di precauzione: la norma è passata da sei a quattro chilogrammi per ettaro all'anno, sia per i viticoltori convenzionali che per viticoltori biologici. Thomas Montagne, presidente dei Viticoltori francesi indipendenti, ha annunciato che una riduzione dell'uso porterebbe alla "deconversione" biologica di circa il 20% dei viticoltori francesi. Poco più di un anno dopo questo annuncio, Jacques Carroget, segretario nazionale per la viticoltura responsabile del piano sul rame di Fnab, la Federazione Nazionale dell’Agricoltura Biologica, vuole essere rassicurante: "L’entusiasmo verso i prodotti biologici ha contribuito a evitare le deconversioni. Ma il rame resta candidato alla sostituzione, cosa che ci preoccupa”. Nel 2015, il rame è stato aggiunto all'elenco delle molecole "candidate alla sostituzione" prodotto dalla Commissione europea. I paesi europei devono pertanto effettuare la sua valutazione al fine di stabilire se esistono alternative efficaci.

È possibile dimezzare le dosi utilizzate oggi

In Francia, il ministro dell'Agricoltura, Didier Guillaume, vuole che il paese anticipi e prepari la "riduzione" dell'uso del rame in agricoltura, in particolare nel biologico. Nel 2009, il governo ha lanciato il progetto delle aziende Dephy, che mira a sostenere meglio gli agricoltori e i viticoltori. "Questo supporto da parte delle Camere dell'Agricoltura funziona. Ma solo con una minoranza", si lamenta Christian Gary, ricercatore nel dipartimento ambiente-agronomia dell’Inrae.

Tra i viticoltori biologici si parla però di un responsabile che avrebbe montato i sospetti attorno al rame: la lobby dei fitosanitari. Infatti, rinunciare al rame significherebbe tornare alla chimica di sintesi, un mercato mondiale di circa 48 miliardi di euro nel 2018, secondo l'Associazione tedesca dell'agricoltura. "Il peso politico delle lobby dei prodotturi agrochimici è tale che i ministeri non hanno intenzione di affrontarli", deplora Jacques Carroget.

Nel gennaio 2018, l’Itab e l’Inrae hanno proposto una expertise scientifica collettiva. È possibile dimezzare le dosi utilizzate oggi, ma attualmente è difficile fare a meno del rame, soprattutto in agricoltura biologica. Tra le alternative proposte dai ricercatori, una è particolarmente promettente: l'uso di varietà di viti il cui patrimonio genetico consente di resistere alla peronospera. "È una soluzione a lungo termine, poiché non possiamo ripiantare in un colpo solo tutte le viti francesi. E’ anche necessario che le denominazioni di origine protette accettino questi nuovi vitigni. E’ l'intero settore a dover cambiare", afferma Christian Gary. Si stanno anche sperimentando nuove tecniche di polverizzazione, come l'uso di piante o di olii essenziali, senza però produrre risultati applicabili su larga scala. Florent Cosme, volto dei viticoltori di domani, ritiene che il settore verrà riorganizzato: “Esiste un forte contrasto tra le pratiche della generazione degli anziani e quelle dei giovani che stanno arrivando".

Fonte : Reporterre

Produzioni:

Tecniche: