La scorsa settimana a Roma, è stato presentato nella sede della rappresentanza italiana del Parlamento europeo, il documento conclusivo del progetto “Dialogo Strategico per la Transizione Ecologica dei Sistemi Agroalimentari in Italia” promosso da AIADA, Lipu, Rete Semi Rurali e WWF, con il contributo di Fondazione Cariplo.
Un lavoro che, a fronte della distruzione del Green Deal, fortemente voluta da chi, con ottusa e anacronistica visione, ha interesse a non modificare nulla, evidenzia la necessità di “costruire un significativo cambiamento delle pratiche e delle relazioni attorno al cibo”, incardinato sui principi agroecologici e proponendo per questo un “forum nazionale dell’agroecologia” aperto al contributo di tutti.
Il documento contiene tanti spunti di riflessione interessanti e condivisibili sia nell’analisi del contesto politico, sia nella definizione dei sette obbiettivi strategici, a loro volta articolati in azioni. Tra questi, anche come sintesi della visione proposta, merita sottolineare l’approccio “One Health” applicato ai sistemi agroalimentari, per integrare la salute umana, animale e ambientale, riconoscendo la loro interdipendenza.
Ha però, secondo noi, un vizio di impostazione pericoloso. Non si dice che oggi, solo l’agricoltura biologica e biodinamica, per altro molto poco citate nel documento, sono l’applicazione in campo dei principi di agroecologia, che non è un metodo di produzione ma la definizione di una cornice di regole.
Fertilità del suolo, biodiversità, cibo sano e buono per chi lo mangia e per l’ambiente in cui è coltivato sono i principi fondanti il metodo biologico e, allo stesso tempo i capisaldi dell’agroecologia. Non partire da questo presupposto è un errore.
Se passa il principio che l’applicazione di poche regole dell’agroecologia, per esempio fare un avvicendamento o minime lavorazioni, rende tutti “agroecologici”, si porge il fianco a un pericoloso green washing, di modelli agricoli insostenibili molto caro ai detrattori del Biologico e Biodinamico. Si rischia di “buttarla in caciara”, tornando ai tempi in cui si cercava di far credere che Biologico, Biodinamico, sostenibile, naturale, ecologico…, sono tutti la stessa cosa. Non è così!
Seminare su sodo risponde ai principi conservativi e agroecologici? Si, perché con questa tecnica si cerca di non “disturbare” il terreno, accumulare SO, limitare l’erosione ma se subito dopo si diserba, magari con il cancerogeno glifosate, è ugualmente sostenibile? Di questi esempi se ne possono fare molti altri.
Infine, ma per noi decisamente molto importante, ci si dimentica che l’agroecologia si basa anche su principi sociali, politici e economici. Tenere fuori da documenti, leggi e iniziative sull’agroecologia, l’agricoltura sociale è una visione limitata e, in qualche caso, strumentale.
La Bio Agricoltura Sociale assume a tutto tondo i principi agroecologici, nella tecnica e nei valori dell’inclusione e del lavoro. Una scelta che ha fatto la nostra associazione insieme alle aziende in attesa che la PAC premi il valore aggiunto, che il Welfare dialoghi anche con l’agricoltura e che le Regioni scrivano i decreti attuativi delle leggi sull’AS utili a non dare solo un’etichetta.
Fonte: BioAgricoltura Sociale