Gli ecosistemi sono più colpiti dalle attività umane di quanto si pensasse finora. È quanto emerge da un ampio studio internazionale sulla biodiversità delle piante selvatiche pubblicato sulla rivista scientifica Nature all’inizio di aprile.
L’articolo lancia un appello a proteggere dalle attività antropiche il 30% della superficie terrestre, e il suo titolo, Global impoverishment of natural vegetation revealed by dark diversity , ne chiarisce l’importanza. Studi basati su un nuovo approccio di ricerca fanno infatti emergere che nelle regioni meno colpite dalle attività umane si trova solo il 35% delle specie che potrebbero stabilirsi in quelle zone (la biodiversità oscura o potenziale) .Questa percentuale scende al 20% nelle zone in cui l’impatto delle attività antropiche è più pronunciato. Molte specie vegetali mancano dagli ecosistemi a causa dell’impatto delle attività umane, anche in paesaggi che potrebbero sembrare naturali.
“I nostri risultati ci hanno impressionato perché non ci aspettavamo un impatto così significativo delle attività umane sulla biodiversità oscura. Questi dati sono fondamentali per la conservazione”, afferma Aurèle Toussaint, ricercatore del CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique) e collaboratore dello studio. “L’effetto dell’uomo si attenua se si arriva a proteggere il 30% di un’area . La soglia del 30% corrisponde all’obiettivo dell’IPBES [ Piattaforma intergovernativa sulla biodiversità e i servizi ecosistemici ], che mira a conservare il 30% delle terre emerse. È l’equivalente per la biodiversità dei 2 gradi del IPCC per il clima. Lo studio rafforza quindi le argomentazioni a favore di questo obiettivo”.
Per giungere a queste conclusioni, oltre 200 scienziati della rete DarkDivNet hanno studiato 5500 siti situati in 119 regioni del mondo. Secondo un comunicato del CNRS, i ricercatori “hanno identificato la ‘biodiversità oscura’ (dark diversity), ovvero le specie autoctone che potrebbero vivere in questi siti, ma che in realtà non ci sono. Questo approccio consente di valutare il potenziale della biodiversità vegetale e di misurare la proporzione di quella effettivamente presente, sottolineando l’impatto invisibile delle attività umane sulla vegetazione”.
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Fonte: Storie del Bio