Il settore del vino è sotto pressione, sia per questioni di mercato che per le sfide climatiche; la viticoltura biologica può offrire qualche soluzione? Questo il tema affrontato dalla visita di formazione e scambio promossa in seno al progetto europeo di ricerca OrganicClimateNET che si è svolta in Friuli organizzata dall’Associazione Italiana Agricoltura Biologica del FVG (AIAB FVG) e la Fondazione Italiana per la Ricerca in Agricoltura Biologica (FIRAB). Hanno partecipato viticoltori e tecnici biologici da diversi paesi europei, tra i quali Spagna e Portogallo, dove negli ultimi anni il meteo ha giocato pesante, e diversi i viticoltori biologici friulani. Focus nella zona di Corno di Rosazzo, che assieme a Cormons e San Giovanni al Natisone (quindi con un piede nei Colli Orientali ed uno nel Collio, nelle provincie di Udine e Gorizia) supera il 25% di SAU in regime di agricoltura biologica, essenzialmente costituita da superficie vitata.
Il confronto tra produttori e tecnici bio dei vari Paesi ha fornito una sostanzialmente unanime risposta alla domanda iniziale: la buona gestione in biologico dei vigneti è in grado di offrire strumenti per affrontare le sfide climatiche, presentando soluzioni legate alla gestione del suolo, come la copertura vegetale che riesce ad abbassare anche di 10°C la temperatura del suolo rispetto al suolo lavorato del vigneto. In un’annata come il 2026 il suolo e la sua capacità di stoccare acqua sono state fondamentali per portare a casa l’uva: un 1% di S.O. in più nel suolo equivale a 340 hl/ha di acqua in più… moltiplicare per comprendere! In merito, sui sovesci e la loro gestione è stata illuminante l’esperienza di Oliviero Visintini dell’omonima azienda a Corno di Rosazzo (UD), dove si testano soluzioni di copertura del suolo e di gestione sulla sua fertilità.
E chi l’avrebbe mai detto 20 anni fa che in Friuli ci sarebbe stata carenza d’acqua per le viti? In realtà, come fatto notare attraverso i costanti monitoraggi svolti dall’azienda Galliussi a Spessa di Cividale (UD), e riportati dal tecnico Marco Pinat, la quantità annua totale di precipitazioni non è cambiata poi molto, ciò che è totalmente diverso e continua a cambiare di anno in anno è la distribuzione delle precipitazioni, risultando in annate di “costante bagnato” come il 2023, con conseguenti problematiche fitosanitarie, e annate come il 2026, dove la peronospora non è stata un problema ma la siccità sì. Proprio per questo il monitoraggio dettagliato delle condizioni dentro il vigneto diventa fondamentale per gestire sia l’anno umido che l’anno siccitoso. Altri strumenti digitali, come l’analisi d’immagine da drone per orientare la fertilizzazione organica in chiave di resilienza e ottimizzazione dei costi sono stati presentati da Nicola Comelli che ha recentemente preso le redini dell’azienda di famiglia Paolino Comelli sulle alture di Campeglio (UD).
Un interessante spazio di manovra per gestire l’incertezza climatica lo offrono anche la scelta di portinnesto e clone, per non parlare del metodo di selezione e d’innesto, che possono condizionare in modo determinante la sanità e la longevità del vigneto. È quanto spiegatoci da Angelo Divittini da VITIS a Rauscedo (PN) nel corso del primo giorno di incontri.
Per le sfide di mercato, anche qui qualcosa fermenta nel bio friulano, soprattutto attorno ai vini naturalmente a basso grado alcolico, per capirci: quelli che non vengono sottoposti a dealcolazione, ma mantengono il grado zuccherino contenuto, pur non perdendo aromi ed acidità, operando su strumenti agronomici. Su questo tema sta concentrando l’attenzione la giovane azienda SassoCorno (UD), anche in questo caso a partire dalla scelta del materiale vegetale e da una maniacale attenzione al suolo ed al suo microbiota, con approccio da medico che contraddistingue il suo proprietario, Stefano Poser.
In zone vocate come il Collio o i Colli Orientali la viticoltura biologica tiene, cresce e si consolida dal punto di vista tecnico e qualitativo, miglior viatico per affrontare anche le sfide di mercato. Possiamo concludere, senza originalità, che la vocazionalità dei territori conta, anche di più, in tempi di grandi sfide climatiche. Dobbiamo però interpretare in modo dinamico il concetto di vocazionalità e alimentare la conoscenza necessaria a fare bene.
In attesa di contraccambiare la visita in Portogallo ad aprile del prossimo anno, il progetto OrganicClimateNET continuerà a sviluppare e promuovere tecniche e pratiche ad alta vocazione climatica e a sottolineare come il biologico sia capace di rispondere alla duplice sfida della competitività e del clima. Sollecitando le politiche agricole in via di ridefinizione a rifletterne potenziale e sostenibilità.
Fonte: Ilpais.it