I distretti biologici possono configurarsi come veri e propri laboratori di resilienza climatica e innovazione agroecologica, in cui agricoltori, enti locali, cittadini e ricercatori collaborano per affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici. Attraverso pratiche agricole biologiche e agroecologiche, questi territori contribuiscono alla tutela del suolo, alla riduzione dell’uso di input chimici e alla conservazione della biodiversità, rafforzando la capacità degli ecosistemi agricoli di adattarsi a stress climatici sempre più frequenti. I biodistretti favoriscono una gestione sostenibile delle risorse naturali, in particolare dell’acqua, e promuovono sistemi produttivi più efficienti e meno dipendenti da risorse esterne. Grazie alla sperimentazione sul campo e alla condivisione delle conoscenze, diventano spazi di innovazione diffusa, capaci di generare soluzioni replicabili in altri contesti rurali. In questo senso, i biodistretti biologici sono non solo modelli produttivi alternativi, ma strumenti concreti di transizione verso un’agricoltura più resiliente, equa e sostenibile nel lungo periodo.
L’agricoltura biologica nel Lazio e nei biodistretti
I biodistretti riconosciuti dalla Regione Lazio, ai sensi della Legge regionale 11/2019 (dato aggiornato a marzo 2025), sono 13 con una SAU di circa 256.000 ha di cui il 27% è biologica e il 1,10% è in conversione. Il tessuto imprenditoriale agricolo è composto da quasi 19.000 aziende che rappresentano il 30% del dato regionale. Risulta molto interessante la differenza tra SAU media aziendale che si attesta sui 13,6 ha e SAU media aziendale biologica che è di 29,5 ha, evidenziando questa forte propensione al biologico dell’intero territorio. L’utilizzo della risorsa idrica è sostenuto nell’areale produttivo dei biodistretti, perché la superficie irrigata è di circa il 40%. Discreta è anche la consistenza del patrimonio zootecnico biologico con circa 2.000 aziende e oltre 196.000 capi registrati. Un altro dato che è in linea con quanto accade a livello nazionale è quello relativo alla presenza di giovani agricoltori come capo azienda che è circa dell’11% (9,3% a livello Italia) mentre l’età media dei capi azienda è di circa 61 anni. L’indice medio di biodiversità e naturalità riportato dai biodistretti laziali è di 0,51 (dati ISTAT 2020).
Una lettura disaggregata del dato fa emergere che il primato del biologico va al Biodistretto Lago di Bolsena, per numero di aziende biologiche (467 aziende), superficie agricola utilizzata (circa 147.000 ha) e numero di capi allevati in biologico (circa 136.000 capi). In questo biodistretto, la SAU aziendale media in bio è di 30,5 ha contro i 14,5 ha della SAU aziendale media relativa a tutte le aziende; un altro dato correlato è il maggior numero di aziende con a capo giovani imprenditori (390 aziende). In questo biodistretto è presente anche il 18% delle risorse vegetali a rischio di erosione genetica, che rappresentano un patrimonio di agrobiodiversità.
Il report completo, con l’elenco dei biodistretti e gli indicatori della dimensione climatica, si può leggere QUI
Fonte: Pianeta PSR